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Intervista

D: Ci parleresti dei tuoi libri? 

PD: Non è semplice rispondere a una domanda che chiede quello che chiede all’autore di quell’opera. Da un po’ penso che per trovare ristoro ad una domanda si debba scavare dentro la domanda stessa e lì, se siamo fortunati, ad un certo punto la risposta si concede svelandosi.

Provo a rispondere scavando dentro queste due parole: «tuoi» e «libri». Al di là dell’empiria del testo scritto, il «tuoi» non è che uno squarcio, uno sprofondo, la fenditura in una esistenza. Lì, partendo da un’esperienza significativa, ho cominciato ad osservarne il contenuto gettandovi dentro, per quel che potevo e riuscivo, un fascio di luce per sottrarlo all’adombramento in cui giaceva e così sono nati i «libri».

 

D: E «L’uomo senza tempo»? 

PD: «L’uomo senza tempo» è un tentativo di «illuminare» quelle zone della vita che stanno all’ombra delle sue certezze che sono già e per lo più degli accoglienti limiti; è un opera che è già un viaggio che non cerca alcun approdo giacché non è nella natura di quel viaggio trovarlo; è una diagnosi che è già un’apertura.

 Ecco «L’uomo senza tempo» è un’apertura, un movimento, un de-situarsi per provare a vedere la vita da altrove e chissà forse trovare altri orizzonti verso cui incedere incerti e con la sola compagnia della curiosità giacché la vita viva è quella cosa lì; è un abbandono; è l’inizio di un nuovo inizio, un indizio, una traccia da leggere per poi abbandonarla subito poiché ogni nuovo inizio è tale se originale.

 
D: Ci racconti com’è nato?
 
PD: E’ nato quasi per caso. Ho cominciato, come facevo da adolescente, a scrivere perché scrivere mi aiutava a prendere una «distanza» da ciò che vivevo per poterlo meglio vedere che le cose viste da vicino non si vedono chiaramente.
 
Ho cominciato a scrivere «l’uomo senza tempo» una sera di gennaio di quattro anni fa. Mi trovavo a Basiglio, un piccolo comune della provincia di Milano. Lì spesso mi recavo nella biblioteca del parco agricolo di quel comune e nei momenti di pausa ho cominciato a scrivere per raccontare a me stesso come stavo vivendo la «vicinanza» di quell’irrimediabile compagnia, ché viverla semplicemente non era più sufficiente. Così è iniziata questa splendida esperienza.
D: Che consiglio daresti a degli aspiranti scrittori?
 
PD: L’unico autentico consiglio che posso dare a chi si avvicina all’arte dello scrivere e cominciare a scrivere non pensando ad altro che a scrivere sfuggendo alle mille domande e titubanze che accompagnano quell’arte fin dalle prime battute.
 
Fregatevene! Scrivete perché vi piace! Scrivete perché è innanzitutto una cosa bella al di là del suo epilogo! Scrivete innanzitutto per voi stessi che è già uno scrivere anche per altri.
 
D: Ci racconti la tua esperienza con l’editore?
 
PD: E’ stata una cosa meravigliosa! Una volta completato, L’uomo senza tempo, non sapevo bene cosa fare e così, dopo una rapida ricerca su internet, ho inviato il manoscritto ad alcune delle case editrici più importanti del paese. Ognuna di queste indicava dai quattro ai sei mesi per ricevere una risposta e se questa non fosse giunta avrebbe significato una sola cosa: il lavoro non era di interesse. Tra me e me commentai che almeno una risposta potevano darla. Comunque inviai il tutto a tutti e mi misi in attesa di una risposta.
Tutto questo a giugno del 2022.
 
Ricordo ancora quel pomeriggio dei primi di settembre. Uscivo dal mio studio e il cellulare cominciò a trillare e apparve un numero con il prefisso di Roma. Mi chiesi subito chi potesse essere visto che non avevo ormai da tempo più frequentazioni in quella città. Risposi e sentii dirmi: «Il dott. Deidda? Si sono io. Salve, sono Anna Gentilini, direttrice editoriale di Armando Curcio Editore». Immediatamente pensai: «Beh è molto gentile a chiamarmi per dirmi che L’uomo senza tempo non sarebbe stato pubblicato». Quando mi disse che le era piaciuto molto mi si prosciugò letteralmente la bocca e quando aggiunse che erano interessati alla sua pubblicazione le lacrime cominciarono a forzarmi le palpebre. Le trattenni per farle venire a vita al termine della telefonata.
 
Da lì è partita la collaborazione con l’editore e devo dire che sono delle persone gentili, premurose e professionalmente impeccabili (anche se ho sofferto un po’ per alcuni, ancorché necessari, «tagli delle parti in sardo» ma dopo il primo momento di «smarrimento» abbiamo anche riso assieme alla Dott.ssa Scordia, editor del romanzo, per la mia riluttanza a quei tagli) e la sensazione che ho avuto è quella di persone che si prendono letteralmente cura dei loro interlocutori.